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  • In Il Folklore gen./feb. 2018
  • 01 03 2018
  • By Enzo Cocca

Per comunicare e quindi socializzare gli uomini elaborano sistemi simbolici formando i diversi linguaggi per rappresentare la realtà della quale essi stessi fanno parte. Pertanto, fin dalla più remota antichità, spesso per motivi mitico-rituali o per scopi sociali e politico-istituzionali, essi si sono rappresentati e hanno così prodotto immagini e simboli significativi della comunità in cui si sono identificati.

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Si tratta di rappresentazioni che variano a seconda dei contesti ambientali e dei momenti storico-culturali in cui sono stati elaborati e impiegati. Le diverse incisioni rupestri costituiscono esempi significativi di questo processo, così come lo sono i geroglifici e gli ideogrammi caratteristici di particolari forme di rappresentazione grafica del pensiero; le varie forme statuarie realizzate in materiali lapidei o in riproduzioni pittoriche costituiscono, in tutte le culture, interessanti esempi tramite i quali, nelle differenti epoche e contesti storico-culturali, di fatto gli uomini si sono rappresentati.

Altrettanto avviene ancora oggi tramite gli scritti e i racconti orali. A questo riguardo ormai è un dato di fatto che la comunicazione, quindi la rappresentazione culturale, si articola su tre fondamentali veicoli e livelli sociali di mediazione: l’oralità, le riproduzioni iconografiche e la scrittura, in cui il pensiero e la relativa oralità si materializzano.

In tutti i prodotti e forme di rappresentazione della realtà, però, è necessario individuare le differenze e le distinzioni dei ceti sociali che le elaborano e le realizzano; pertanto, è indispensabile stabilire e cogliere le differenze sociali delle concezioni e dei relativi prodotti e forme di rappresentazione sia degli uomini, sia delle connesse loro culture.

Da qui deriva, come è noto, la divisione sociale del lavoro manuale e soprattutto di quello intellettuale o ideologico; in tale quadro, infatti, si colloca la profonda distinzione di cultura egemonica e culture subalterne che distingue le rappresentazioni in base ai rispettivi dislivelli sociali di classe.

I presupposti teorici si riscontrano, applicati in vari approcci e metodi, nelle ricerche e studi etno-antropologici prodotti da intellettuali occidentali a partire dall’Illuminismo fino ai giorni nostri; in questo modo, infatti, si è incominciato ad avere una visione critica della differenza delle culture e della loro relatività; spesso le differenze razziali hanno coinciso con quelle culturali.

Si è così evidenziata, in modo esplicito, la diversità delle culture alle quali corrispondono ambienti geografici e patrimoni storici tra di loro differenti. Pertanto gli studiosi si sono sempre posti il complesso problema di come rappresentarle e interpretarle.

Da qui i differenti indirizzi teorico-metodologici che dal XVIII secolo in poi hanno caratterizzato la storia del pensiero antropologico, facilmente verificabile in un qualsiasi manuale nel quale sia proposta un’accurata analisi storiografica. Per quanto riguarda l’attuale situazione della realtà etnografica italiana, attiva e vissuta dai gruppi folklorici affiliati alla F.I.T.P., rappresentata e interpretata dagli studiosi del settore demo-etno-antropologico, è opportuna una rapida riflessione che, in questa sede, può essere soltanto descrittiva.

Dagli anni ’50 del secolo scorso fino agli ultimi decenni, gli studiosi DEA si sono sostanzialmente orientati a rappresentare ed interpretare le realtà etnografiche italiane seguendo gli indirizzi che sono emersi cronologicamente dal dibattito teorico-metodologico dei vari momenti; pertanto, è stata realizzata una sequenza che è andata dallo storicismo di derivazione crociana ed è quindi passata attraverso una sorta di commistione crocogramsciana, per poi approdare in un approccio materialistico di derivazione marxistica, basato sul principio che i fatti culturali costituiscono oggettivamente sovrastrutture delle strutture economiche di produzione, in quanto esiti della dialettica sociale.

Nel complesso dibattito teorico-metodologico italiano ed europeo degli anni ’60 e ’70, quindi, ci sono state le proposte dello strutturalismo levistraussiano e dell’analisi semiologica delle culture, con l’intento di individuare in esse i fatti logici e i segni costanti e variabili.

Tuttavia, come soluzione ai vincoli dell’approccio materialistico, a quelli dello strutturalismo e della semiologia, successivamente è apparsa l’istanza geertziana dell’antropologia interpretativa della fine del ‘900.

Nei primi anni del Duemila, in conseguenza dei fenomeni migratori e degli sconvolgimenti politico-sociali dei fondamentalismi religiosi, le istanze interpretative delle culture meticce hanno proposto prospettive teoriche alle quali si è unito un nuovo dibattito sul concetto di cultura.

Dal canto loro i gruppi folklorici, a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, istituiti in numerose piccole comunità, hanno condotto ricerche documentarie sulle culture popolari delle realtà sociali agro-pastorali e dei sobborghi urbani che, già dai primi decenni del Novecento, cominciavano a subire profonde trasformazioni in tutti i settori produttivi, con il diffondersi del sistema socio-culturale della tecnologica industriale.

Fonti privilegiate di documentazione sono state le tradizioni orali degli anziani e quanto, nei decenni della fine dell’Ottocento e nei primi del Novecento, diversi intellettuali locali delle varie località della provincia italiana avevano documentato sulle cosiddette «tradizioni popolari», pubblicando una grande quantità di saggistica spesso descrittiva e fortemente influenzata dalle metodologie di quel periodo, ma in tutti i casi utile sul piano documentario.

Infatti, questi presupposti documentari sono stati le basi per la realizzazione delle scenografie spettacolari, definite spesso «folkloristiche», che i gruppi folklorici italiani e di numerose altre nazioni hanno proposto nei teatri e nei palcoscenici delle piazze di tutto il mondo, in particolare, in occasione di eventi festivi, durante i quali gli spettacoli identitari risultano particolarmente attraenti, in quanto mostrano le bellezze delle differenze delle culture; con la loro spettacolarizzazione, infatti, i gruppi folklorici rifunzionalizzavano le culture popolari di un passato prossimo – vivo sino ai primi decenni del Novecento – rendendole così ancora vitali, in quanto sentite dai diversi pubblici fruitori come patrimonio identitario e come occasione di confronto tra la propria cultura e quella altrui.

A questo punto, sebbene la questione appena accennata richieda più ampie e approfondite argomentazioni, si può avanzare una semplice conclusione sul ruolo svolto dai due settori che, negli ultimi settant’anni, si sono interessati, in vario modo, di culture popolari: ovvero, gli studiosi delle discipline DEA e i dilettanti delle diverse comunità che, per appagare un interesse sulla propria identità culturale, hanno fondato i vari gruppi folklorici; entrambi hanno rappresentato e interpretato dal proprio punto di vista le culture popolari, ovviamente con presupposti ed esiti assolutamente differenti che non è il caso confrontare.

Tuttavia, sia gli studiosi, sia i gruppi folklorici hanno mirato ad un comune obiettivo nell’opera di rappresentazione delle culture popolari spettacolarizzandole: i primi nelle esposizioni museali e nelle interpretazioni, i secondi rivitalizzandole nelle messe in scena degli spettacoli.

Questa soluzione dei problemi proposti sicuramente ha necessità di approfondimenti e dibattiti più ampi che potrebbero essere sviluppati con altri contributi stimolati dalla presente istanza.

Enzo Cocca
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